Testata

Van Gogh. I colori della vita

Padova, Centro San Gaetano
10 Ottobre 2020 - 11 Aprile 2021

2. L'amore per l'arte giapponese
di Marco Goldin

(Prosegue con questa seconda puntata, ogni prima domenica del mese fino a ottobre, la pubblicazione di alcune storie, appositamente scritte da Marco Goldin, dedicate a nove tra le opere più belle di Vincent van Gogh che saranno comprese nella grande mostra Van Gogh. I colori della vita)
 

All’inizio della primavera 1888, arrivato da poche settimane in Provenza, Van Gogh ha appena finito i quadri dedicati al ponte di Langlois. È allora che dà inizio ad Arles alla sua prima, vera serie. Si tratta delle fioriture, che prendono il via negli ultimi giorni di marzo. Quattordici quadri di vario formato che sembrano essere la prima risposta consapevole alla nuova atmosfera e ai limpidi colori della primavera provenzale. Dipinge i tipici orti con gli alberi fioriti e con i cipressi a segnare i loro confini per proteggerli dalla forza del mistral. Orti silenziosi e sempre privi di presenza umana.

Con ogni evidenza sono le stampe giapponesi a ispirarlo nella realizzazione di queste fioriture. Non a caso, già a Parigi nel maggio 1886 aveva letto, nella rivista “Paris illustré”, tutta una parte dedicata alla bellezza del paesaggio giapponese anche nel momento della fioritura. Nel 1887 aveva tra l’altro realizzato in pittura una copia da un pruno in fiore di Hiroshige, autore che resterà sempre il suo maggior riferimento visivo. Echi dell’arte giapponese, in quei quadri che terranno occupato Van Gogh per quattro settimane, sono riconoscibili nella scelta di collocare gli alberi al centro della scena, con tutto lo spazio attorno, nel rapporto tra il pieno e il vuoto. I rami poi, nel loro gioco di linee, danno senso al grafismo che ugualmente deriva dai giapponesi.

Nella settimana di Pasqua di quel 1888, lavora a nuove fioriture nella zona della Crau, la pianura poco fuori Arles dove realizzerà, due mesi dopo, i suoi celebri campi di grano. Attorno al 20 aprile le fioriture sono finite, con Vincent a parlare nelle sue lettere della gaiezza del motivo. Che per lui rappresenta anche la rigenerazione. Attraverso il ritorno costante delle fioriture stesse, anno dopo anno, nella circolarità del tempo, Van Gogh prosegue nell’enfatizzazione dell’idea di voler raccontare un dopo vita, quindi la morte e la sua metamorfosi.

La mostra di Padova collocherà una delle versioni più famose degli alberi in fiore, accanto a stampe di Hiroshige che hanno sicuramente costituito motivo d’ispirazione per l’artista olandese. Il quale, dopo avere dipinto albicocchi, ciliegi, pruni, pereti e peschi si volge, negli ultimi due quadri della serie, incluso quello del Kröller-Müller Museum che sarà in esposizione, a un angolo del recinto, probabilmente nella Crau, che confina con un orto di alberi di pero in fiore. L’entusiasmo per questa tela è testimoniato anche dal fatto che Van Gogh ne parli in una lettera a Émile Bernard del 9 aprile, nella quale disegna in modo dettagliato la scena, unendovi anche delle indicazioni di natura cromatica nonché legate al tipo di pennellata.

La foga con la quale Vincent lavora alle fioriture nella primavera del 1888, avendo bene in mente i giapponesi, non è che l’inizio di un percorso assai consapevole. Quello che per esempio lo poterà a evocare, in una lettera a Signac esattamente un anno dopo, tutti i motivi che lo legavano al paesaggio giapponese. Non ultimo l’amore per la quasi miniaturizzazione dell’immagine, che egli aveva studiato bene a Parigi nelle stampe che era venuto collezionando. Hiroshige, Hokusai, Eisen e tutti gli altri, soprattutto a partire dal 1887, si affiancano a Millet nel suo immaginario.

I primi acquisti di incisioni a colori su legno giapponesi, Van Gogh li fa poco dopo il suo arrivo ad Anversa. In una lettera a Theo del 28 novembre 1885, gli annuncia di avere “appeso al muro una serie di incisioni giapponesi che mi piacciono molto”. L’anno seguente, una volta giunto nella capitale francese, inizierà a mettere insieme una collezione che alla fine potrà contare su oltre seicento fogli.

Sul finire degli anni ottanta di quel XIX secolo, la fascinazione per il Giappone in Francia sta ormai scemando, ma con parole attente George Auriol testimonia del fatto come l’arte imperitura di quel paese resterà, perché quelle idee e quelle immagini si sono ormai insediate nella mente e nella visione dei pittori. Vincent van Gogh ne è un esempio assolutamente straordinario.

Nel 1872 il termine “giapponismo” era stato utilizzato per la prima volta dal critico, nonché collezionista, Philippe Burty, in una serie di articoli nei quali descriveva la cultura e l’arte giapponese. L’anno seguente poi, Chesneau e Claretie usano il termine “giapponismo” nella sua attuale declinazione, a significare quanto quell’estetica e quell’arte abbiano avuto influenza sulla cultura e soprattutto sulla produzione artistica. Del resto, l’Olanda dalla quale Van Gogh proviene aveva una solida relazione con il Giappone già dal XVII secolo. Non è dunque improbabile che egli possa avere precocemente visto immagini dell’arte e dell’artigianato giapponesi già nella filiale di Goupil all’Aia, dove lavora tra il 1869 e il 1873.

Senza rifare qui la storia della collezione di stampe giapponesi di Vincent e Theo – costruita probabilmente nella sua totalità con gli acquisti dal mercante tedesco Bing a Parigi –, se all’inizio essa aveva anche una sua specificità di natura commerciale e di scambio con altri artisti, a mano a mano diventa importante quasi esclusivamente come riferimento di immagini. E questo guadagna influenza soprattutto negli ultimi mesi prima del trasferimento ad Arles, e ovviamente nel tempo provenzale e finanche nelle ultime settimane di vita a Auvers-sur-Oise. L’essere, il Sud, “l’equivalente del Giappone”, o la speranza che ciò fosse, ha portato Van Gogh verso la creazione appunto di un’equivalenza che si è manifestata nell’ambito del paesaggio ma anche nella rappresentazione di qualche figura.

Alla fine, il Giappone gli serve, soprattutto in un 1888 assolutamente decisivo, per trovare il suo posto nell’avanguardia parigina e francese, assieme a Gauguin e Bernard in modo particolare. La sua ambizione, come tante tra le sue lettere ci dicono, era quella di diventare il “pittore dell’avvenire”.

mostra a cura di
Marco Goldin

Padova, Centro San Gaetano
10 ottobre 2020 – 11 aprile 2021