Testata

Van Gogh. I colori della vita

Padova, Centro San Gaetano
10 Ottobre 2020 - 11 Aprile 2021

15. Lettera del 23 maggio 1889
video della diretta Facebook del 17 aprile 2020

Saint-Rémy-de-Provence, intorno a giovedì 23 maggio 1889 [lettera n. 776]

Caro Théo,
la tua lettera che ho appena ricevuto mi ha fatto piacere. Mi dici che J.H. Weissenbruch espone due quadri alla mostra – ma io pensavo che fosse morto oppure mi sbaglio?136 Certo che è un grande artista e un uomo di gran cuore.
Quello che dici della Berceuse mi fa piacere; è proprio vero che la gente del popolo, che si compra le cromolitografie e si commuove ascoltando i sentimentalismi degli organetti, è in un certo senso nella verità e forse è più sincera di certi frequentatori del Boulevard che vanno a visitare il Salon.
Se Gauguin vorrà accettarlo, dagli un esemplare della Berceuse che non era montato su telaio, e uno anche a Bernard, come pegno di amicizia.
Ma se Gauguin vuole i girasoli è semplicemente giusto che dia a te in cambio qualcosa che ti piaccia. Gauguin stesso ha apprezzato i girasoli dopo che li aveva visti per un po’ di tempo.
Devi inoltre sapere che vanno disposti in questo modo, e cioè la Berceuse in mezzo, i due quadri dei girasoli uno a destra e l’altra sinistra, in modo da formare un trittico. E allora i toni gialli arancioni della testa, prendono più risalto dall’accostamento delle persiane gialle. E allora capirai quello che ti scrivevo, che la mia idea era di fare una decorazione ad esempio per il fondo di una cabina in una nave. E quando si ingrandisce il formato, la fattura approssimativa avrebbe una sua raison d’être. Il quadro di mezzo è quello rosso. E i due girasoli che vanno ai lati sono quelli circondati da asticciole.
Come vedi questa cornice di semplici assi va abbastanza bene, e una cornice così costa ben poco. Forse sarebbe bene incorniciare così le vigne verdi e quelle rosse, il seminatore, i solchi e anche l’interno della camera da letto.
Ecco una nuova tela da 30, anche questa banale come una cromolitografia da bazar, che rappresenta gli eterni nascondigli verdi degli innamorati.
Grossi tronchi d’albero coperti di edera, il suolo coperto di edera e di pervinche, una panchina di pietra e un cespuglio di rose pallide nell’ombra. In primo piano alcuni fiori a calice bianco. E verde, viola e rosa.
Si tratta di metterci dello stile, che disgraziatamente manca anche nelle cromolitografie da bazar e negli organetti.
Da quando sono qui il giardino desolato, alberato con grandi pini sotto i quali cresce, incolta, un’erba mista di erbacce diverse, mi è bastato per lavorare e non sono ancora uscito. Il paesaggio di Saint-Rémy è comunque molto bello e probabilmente a poco a poco lo girerò di più. Ma restando qui, il dottore ha potuto naturalmente vedere meglio in cosa consiste la mia attività e oso sperare che si tranquillizzerà circa il fatto di lasciarmi andare a dipingere.
Ti assicuro che sto bene e che per il momento non vedo assolutamente la ragione di venire in pensione a Parigi o dintorni. Ho una piccola cameretta tappezzata di grigio verde con due tendine verde acqua con disegni rosa molto pallido, ravvivati da trattini rosso sangue. Queste tendine, probabilmente la rimanenza di qualche riccone rovinato e defunto, hanno un disegno molto grazioso. Della stessa provenienza è forse una poltrona molto usata ricoperta con una fodera a chiazze alla Diaz o alla Monticelli, colori bruno, rosso, rosa, bianco, crema, nero, blu myosotis e verde bottiglia.
Attraverso le sbarre della finestra vedo un rettangolo di grano in un recinto, una prospettiva alla Van Goyen, sulla quale la mattina il sole si alza in tutta la sua regalità.
Inoltre ho una stanza per lavorare, dato che ci sono più di trenta stanze libere. Il mangiare è così così. Sa naturalmente di muffa, come in un ristorante di quart’ordine di Parigi o in una pensione. Poiché questi infelici non hanno nulla da fare (non un libro, nient’altro che un gioco di bocce e un gioco a dama) non hanno nessun’altra distrazione giornaliera che di rimpinzarsi di lenticchie, di piselli, di fagioli e di altre spezie e derrate coloniali in quantità fisse e a ore stabilite. Poiché la digestione di questi cibi presenta alcune difficoltà, riempiono così le loro giornate in modo innocuo e poco costoso. Ma a parte gli scherzi, la paura della follia mi sta passando, conoscendo da vicino quelli che ne sono affetti. Come io potrei esserlo con molta facilità in seguito.
Prima provavo un senso di repulsione per questi esseri e mi sembrava desolante dover pensare che tanti del nostro mestiere – Troyon, Marchal, Méryon, Jundt, M. Maris, Monticelli e molti altri – erano finiti così. Non riuscivo proprio a rappresentarmeli in quello stato.
Ebbene, ora penso a tutto ciò senza timore, vale a dire non lo trovo più atroce del fatto che questa gente sia morta di tisi o di sifilide, ad esempio.
E vedo questi artisti riprendere il loro atteggiamento sereno e non è certo cosa da poco ritrovare degli anziani nel proprio mestiere.
È una cosa di cui, senza scherzi, sono profondamente grato.
Perché, benché ce ne siano alcuni che urlano o abitualmente sragionano, qui c’è molta vera amicizia degli uni per gli altri; essi dicono: bisogna sopportare gli altri, perché gli altri ci sopportino e altri ragionamenti del genere assai giusti, che si mettono in pratica. E fra di noi ci capiamo molto bene, ad esempio posso talvolta parlare con uno che non mi risponde che con suoni incoerenti, perché non ha più paura di me.
Se qualcuno ha una crisi, gli altri lo osservano e intervengono perché non si faccia male.
La stessa cosa per quelli che hanno la mania di offendersi spesso. Dei vecchi habitué di questo serraglio corrono allora a separare i combattenti, se c’è combattimento.
È vero che ce ne sono di quelli che sono dei casi più gravi, sia che siano sporchi o pericolosi. Ma quelli stanno in un altro cortile.
Due volte la settimana faccio un bagno di due ore, e poi lo stomaco va infinitamente meglio rispetto a un anno fa, perciò, per quanto mi riguarda, non ho che da continuare così. E credo che qui spenderò meno che altrove, tenendo anche conto che ho ancora del lavoro da fare, visto che la natura è così bella.
La mia speranza è che in capo a un anno sappia meglio ciò che posso e ciò che voglio più di quanto non faccia ora. E allora troverò poco per volta una direttiva per ricominciare.
Tornare a Parigi o non importa dove in questo momento non mi sorride affatto. Qui mi trovo a casa mia. Un lasciarsi andare fuori del normale è ciò di cui soffrono a mio parere quelli che sono qui da diversi anni. Credo che il mio lavoro mi preserverà in un certo senso da ciò.
La sala dove stiamo nei giorni di pioggia è come una sala di aspetto di terza classe di qualche paesetto sperduto, tanto più che ci sono dei signori alienati che portano invariabilmente cappello, occhiali, bastone e abito da viaggio, come ai bagni di mare o quasi e che sembrano i passeggeri.
Sono costretto a chiederti ancora dei colori e soprattutto della tela. Quando ti manderò le quattro tele che sto facendo del giardino, vedrai che l’eventualità che la mia vita trascorra soprattutto in giardino non è poi tanto triste.
Ieri ho disegnato una farfalla notturna molto rara e molto grande, che si chiama testa di morto, di un colore distinto, nero, grigio, bianco sfumato e con riflessi carminio e che volgono vagamente al verde oliva.
Per dipingerla avrei dovuto ucciderla ed era un peccato, tanto era bella. Te ne manderò un disegno con altri disegni di piante.
Potrai togliere le tele dai telai che si trovano da te o da Tanguy che ormai sono abbastanza asciutte, e montare sui telai i nuovi quadri che riterrai buoni. Gauguin deve poterti dare l’indirizzo di un intelaiatore per la camera da letto che non è caro. Mi immagino che il lavoro dovrebbe costare cinque franchi; se costa di più non fartelo fare, ma non credo che Gauguin pagasse di più quando ha fatto più volte reintelare i quadri suoi, di Cézanne e di Pissarro.
Parlando del mio stato, sono anche riconoscente per un’altra cosa, osservo negli altri che anch’essi hanno sentito durante le loro crisi dei suoni e delle voci strane come li ho uditi io, e che anche davanti a loro le cose parevano cangianti. E questo diminuisce l’orrore che inizialmente avevo della crisi che ho avuto, e che quando ti piomba addosso improvvisamente non si può fare altro che spaventarsi oltremisura.
Una volta che si sa che ciò fa parte della malattia, lo si prende con meno agitazione. Se non avessi visto degli altri alienati da vicino non avrei potuto liberarmi dal fatto di doverci pensare sempre. Perché le sofferenze dell’angoscia sono strane quando si è in mezzo a una crisi. La maggior parte degli epilettici si morde la lingua e se la ferisce.
Rey mi diceva che aveva visto un caso nel quale uno s’era ferito come me all’orecchio. E mi è sembrato di sentir dire da un dottore, che venne a vedermi insieme al direttore, che anche lui ne aveva visto uno.
Oso sperare che una volta che si sa ciò che è, una volta che si ha coscienza del proprio stato e la possibilità di essere soggetto a delle crisi, si può noi stessi collaborare in qualche modo, almeno nel non farsi sorprendere dall’angoscia o dallo spavento. Ecco che sono cinque mesi che ciò va diminuendo, e io ho buone speranze di ritornare su o almeno di non avere più crisi di tale violenza. Ce n’è uno qui che grida e parla sempre, come ho fatto io per una quindicina di giorni, crede di sentire delle voci e delle parole nella eco dei corridori, probabilmente perché il nervo dell’udito è malato o troppo sensibile, mentre per me sono stati insieme la vista e l’udito, e ciò è normale, da quanto diceva Rey un giorno, all’inizio dell’epilessia. Ora la scossa è stata forte, ma prima avevo disgusto persino di muovermi e niente sarebbe stato più piacevole per me che non svegliarmi più. Al momento questo orrore della vita è già meno intenso e la malinconia è meno acuta. Ma ancora non ho volontà, nessun desiderio di qualcosa che fa parte della vita ordinaria; il desiderio ad esempio di rivedere gli amici ai quali pure penso, è quasi nullo. E per questo motivo non sono ancora in grado di poter uscire presto da qui, mi porterei ovunque ancora la malinconia. Inoltre è solo in questi ultimi giorni che la repulsione per la vita si è modificata. C’è ancora molta strada per arrivare alla volontà e all’azione.
È un peccato che tu sia sempre condannato a stare a Parigi e che tu non possa vedere mai la campagna, tranne quella nei dintorni.
Credo di non essere più sfortunato a dover stare nella compagnia in cui sono rispetto a te, che hai sempre il guaio di Goupil & C. Da questo punto di vista siamo proprio alla pari. Perché anche tu puoi fare di testa tua solo in parte. E dato che abbiamo la possibilità di abituarci a questi inconvenienti, ciò finisce per diventare una seconda natura.
Credo che benché i quadri costino in tela, colori eccetera, alla fine del mese è meglio spendere un po’ più in questo modo e farne come ho imparato a farli che abbandonarli, tanto più che anche in questo caso si dovrebbe sempre spendere per la pensione. È per questo che continuo, così in questo mese ho fatto quattro tele da 30 e due o tre disegni.
Ma il problema dei soldi, qualunque cosa decidiamo di fare, rimane sempre lì come il nemico davanti all’esercito e non è possibile negarlo o dimenticarlo. E anch’io, come chiunque altro, tengo presenti i miei doveri dinanzi a esso.
E forse riuscirò a restituire anche tutto ciò che ho speso, perché quello che ho speso io lo considero, se non preso a te, certo preso alla famiglia, e quindi di conseguenza ho fatto dei quadri, e ne farò ancora. Questo per adottare la tua stessa condotta.
Se vivessi di rendita forse avrei più testa per fare l’arte per l’arte, ma così come sono mi accontento di credere che lavorando con assiduità, anche senza troppe speranze, riuscirò forse a fare qualche progresso.
Ecco il colore di cui avrei bisogno, in tubi grandi: 3 verde smeraldo, 2 cobalto, 1 oltremare, 1 minio arancione, 6 bianco di zinco, 5 metri di tela.
Ringraziandoti della tua lettera ti stringo forte la mano, come pure a tua moglie.
Sempre tuo


Vincent