Testata

Van Gogh. I colori della vita

Padova, Centro San Gaetano
10 Ottobre 2020 - 11 Aprile 2021

9. Lettera del 19 giugno 1888
video della diretta Facebook del 3 aprile 2020

Arles, intorno a martedì 19 giugno 1888 [lettera n. 628]

Caro Bernard,
scusami se ti scrivo in tutta fretta, temo che la mia lettera non sarà leggibile, ma voglio risponderti immediatamente.

Lo sai che siamo stati proprio stupidi, Gauguin, tu e io, a non andare nello stesso posto? Ma quando Gauguin partì, io non ero ancora sicuro di poter fare lo stesso, e quando partisti tu, c’era di mezzo questo maledetto denaro: così, le cattive notizie che ti avevo dato circa le spese di qui ti hanno trattenuto. Non sarebbe stato nient’affatto male partire assieme per Arles; perché in tre avremmo potuto abitare insieme e dividere le spese. Ora che sono un po’ meglio orientato, comincio a intravederne i vantaggi. Per quanto riguarda me, sto meglio qui che al Nord. Lavoro anche in pieno mezzogiorno, in pieno sole, senza alcuna ombra, nei campi di grano: eccomi qui a godere come una cicala! Mio Dio, se avessi conosciuto questo paese a venticinque anni, invece di venirci a trentacinque! A quell’epoca ero entusiasta del grigio o meglio, dell’incolore, pensavo sempre a Millet e inoltre in Olanda avevo conoscenze nell’ambiente dei pittori Mauve, Israëls ecc.

Ecco qui lo schizzo di un seminatore: grande distesa di zolle di terra arata, decisamente viola in gran parte. Campo di grano maturo, di tonalità ocra gialla con un po’ di carminio. Il cielo, giallo di cromo chiaro quasi quanto il sole stesso, che è giallo di cromo 1 con un po’ di bianco, mentre il resto del cielo è giallo di cromo 1 e 2 mescolati tra loro. Molto giallo dunque.

Il camice del seminatore è azzurro e i pantaloni bianchi. Tela da 25 quadrata. Ci sono sì dei richiami di giallo nel terreno, toni neutri risultanti dal miscuglio del viola con il giallo; ma me ne sono un po’ infischiato della verità del colore. Fare immagini
naïf da vecchio almanacco piuttosto, da vecchio almanacco di campagna, dove la grandine, la neve, il bel tempo, sono rappresentati in modo assolutamente primitivo al punto che Anquetin vi aveva trovato così bene la sua Mietitura. Non ti nascondo che non detesto la campagna, essendoci cresciuto – ventate di ricordi di un tempo andato, aspirazioni verso quell’infinito del quale il seminatore, il covone sono simboli, mi affascinano ancora, come un tempo.

Ma quando farò il cielo stellato, quel quadro a cui penso sempre? Ahimè! ahimè! è proprio come dice l’eccellente compagno Cyprien, in
En ménage di J.-K. Huysmans: i più bei quadri sono quelli che sogniamo fumando la pipa distesi sul letto, ma che non facciamo. Eppure si tratta di affrontarli, per quanto incompetenti ci si senta di fronte alle ineffabili perfezioni degli splendori gloriosi della natura. Ma quanto vorrei vedere lo studio che hai fatto al bordello! Non smetto di rimproverarmi per non avere ancora fatto qui delle figure.

Ecco ancora un paesaggio: Sole al tramonto? Luna che sorge? Sole d’estate in ogni caso. Città viola, astro giallo, cielo verdazzurro. Le messi hanno tutte le tonalità oro antico, rame, verde-oro, giallo-oro, giallo-bronzino, rosso-verde. Tela da 30 quadrata. L’ho dipinta in pieno mistral, il cavalletto era fissato a terra con picchetti di ferro, procedimento che ti raccomando. Si conficcano i piedi del cavalletto per terra, poi si conficca accanto un picchetto di ferro di cinquanta centimetri. Si lega il tutto con delle corde. Così è possibile lavorare nel vento.

Ecco ciò che volevo dire a proposito del bianco e del nero. Prendiamo il “seminatore”. Il quadro è tagliato in due, una metà è gialla, in alto; la parte bassa è viola. Ebbene, i pantaloni bianchi riposano l’occhio e lo distraggono nel momento in cui il contrasto simultaneo eccessivo del giallo e del viola lo infastidirebbe. Ecco ciò che volevo dire.

Conosco qui un sottotenente degli zuavi chiamato Milliet. Gli do lezioni di disegno con la mia cornice prospettica – ed egli comincia a fare disegni: davvero ho visto cose ben peggiori! Ha zelo per imparare, è stato al Tonchino ecc. Partirà in ottobre per l’Africa. Se tu fossi negli zuavi, ti prenderebbe con sé e ti garantirebbe relativamente un ampio margine di libertà per fare pittura, a condizione che tu lo aiuti nei suoi maneggi artistici. Potrebbe esserti di qualche utilità? In caso affermativo, fammelo sapere il prima possibile.

Una ragione di lavorare è che le tele valgono denaro. Mi dirai subito che questa ragione è prosaica, perché dubiti che ciò sia vero. Eppure è vero. Una ragione di non lavorare è che le tele e i colori ci costano solo soldi, restando noi in attesa. I disegni, però, non costano cari.

Anche Gauguin a Pont-Aven si scoccia, anche lui si lagna dell’isolamento. Se tu andassi a trovarlo! Ma non so se resterà; e sono portato a credere che abbia intenzione di andare a Parigi. Stando a quel che dice, credeva che tu saresti venuto a Pont-Aven. Dio mio, se fossimo qui tutti e tre! Mi dirai che è troppo lontano. Bene, ma in inverno, perché qui si può lavorare per tutto l’anno. Questa è la ragione per cui amo questo paese: il fatto di avere meno motivi di temere il freddo che, ostacolandomi la circolazione del sangue, mi impedisce di pensare, di fare qualunque cosa. Potrai averne un’idea, quando sarai soldato. Se ne andrà la tua malinconia, che potrebbe essere la conseguenza del fatto che hai troppo poco
sangue, o sangue viziato, cosa che pure non penso.

Responsabili di questo vostro stato sono quel maledetto vinaccio di Parigi e la sala da pranzo invasa dal fumo grasso delle bistecche.

Dio mio, ero giunto a un punto tale che in me il sangue non circolava assolutamente più, ma proprio alla lettera.

Solo alla fine di quattro settimane di soggiorno qui, ha ripreso a circolare; ma, caro amico, in questo stesso periodo ho avuto un attacco di malinconia simile al tuo, del quale avrei sofferto quanto te, se non fosse stato che l’ho accolto con gran piacere, come segno che sarei guarito, cosa che per altro è avvenuta.

Invece di ritornare a Parigi, resta dunque in piena campagna, perché hai bisogno di forze per uscire come si deve da questa prova di andare in Africa.

Ora, prima ti fai buon sangue, e più te ne fai, meglio è, perché laggiù, in mezzo al caldo, è certo difficile farsi buon sangue. Dipingere e fottere molto non sono cose compatibili tra loro, il cervello si indebolisce. Ecco ciò che è scocciante.

Il simbolo di San Luca, il patrono dei pittori, è come sai, un bue. Bisogna essere dunque pazienti come un bue se si vuole lavorare nel campo artistico. Ma i tori sono felicissimi di non aver lavorato nella sporca pittura.

Ciò che volevo dire è questo: dopo il periodo della malinconia, sarai più forte di prima, la tua salute si riprenderà e troverai la natura circostante talmente bella che il tuo solo desiderio sarà quello di dipingere.

Credo che anche la tua poesia cambierà nello stesso senso della pittura.

Dopo cose eccentriche, sei giunto a farne alcune che hanno una calma egizia e una grande semplicità: «Quanto breve è dunque l’ora / Che si passa nell’amore, / È più breve di un bagliore / Un po’ più di un sogno ancora. / Ci rapisce il tempo allora / Tutto il nostro incantamento.»

Questi versi non sono di Baudelaire, non so neppure di chi siano; sono parole di una canzone in Il
nababbo di Daudet, ma non dicono forse la cosa come fossero un’alzata di spalle da vera signora?

Ho letto in questi giorni
Madame Chrysanthème di Loti; dà spunti interessanti sul Giappone.

In questo momento, mio fratello tiene un’esposizione di Claude Monet, vorrei proprio vederla. Ci era venuto, tra gli altri, Guy de Maupassant, promettendo che d’ora in poi sarebbe ritornato spesso in Boulevard Montmartre.

Devo andare a dipingere, quindi finisco; probabilmente ti scriverò di nuovo fra un po’. Ti chiedo mille volte scusa di non aver affrancato a sufficienza la lettera, eppure lo avevo fatto alla posta e
non è la prima volta che mi capita qui di essere ingannato dalla posta stessa, allorché chiedo un chiarimento in caso di dubbio a proposito dell’affrancatura.

Non farti brutte idee sull’indifferenza e sulla “nonchalance” della gente di qui. Infine, vedrai tra poco tutto ciò con i tuoi occhi, in Africa. Grazie della lettera. Spero di scriverti presto, in un momento in cui sarò meno di fretta.
Una stretta di mano.
Sempre tuo


Vincent