Testata

Van Gogh. I colori della vita

Padova, Centro San Gaetano
10 Ottobre 2020 - 11 Aprile 2021

17. Lettera scritta il 10 settembre 1889
video della diretta Facebook del 22 aprile 2020

Saint-Rémy-de-Provence, martedì 10 settembre 1889 [lettera n. 801]

Caro Theo,
trovo molto bella la tua lettera, quel che dici di Rousseau e degli artisti come Bodmer, del fatto che si vorrebbe il mondo popolato da gente come questa – certo è proprio quello che sento anch’io.
E trovo perfetto che Weissenbruch conosca e faccia le alzaie fangose, i salici striminziti, gli scorci e le prospettive sapienti e strane dei canali, come Daumier fa gli avvocati. Tersteeg ha fatto bene ad acquistare cose fatte da lui; il fatto che opere del genere non si vendano, dipende secondo me dal fatto che ci sono mercanti che cercano di vendere dell’altro, e così ingannano il pubblico e lo sviano. Sai che ancora oggi, quando leggo per caso la storia di qualche industriale energico o soprattutto di un editore, mi sento ripreso dalla stessa indignazione, dalla stessa collera di un tempo, quando ero presso i Goupil & C.?
La vita passa così, il tempo non ritorna, ma io mi accanisco nel lavoro, proprio perché so che le occasioni di lavoro non ritornano.
Soprattutto nel mio caso in cui una crisi più violenta può distruggere per sempre la mia capacità di dipingere. Nelle crisi, mi sento vile di fronte all’angoscia e alla sofferenza – più vile del giusto ed è forse questa viltà morale stessa che ora mi fa mangiare per due, lavorare duro, aver cura dei rapporti con gli altri malati, per la paura di una ricaduta, mentre prima non avevo nessun desiderio di guarire – finalmente adesso cerco di guarire come uno che, volendo suicidarsi, e trovando l’acqua troppo fredda, cercasse di riguadagnare la riva.
Caro fratello, sai che mi sono recato nel Sud e che mi sono gettato nel lavoro per mille ragioni.
Voler vedere un’altra luce, credere che guardare la natura sotto un cielo più chiaro possa darci un’idea più esatta del modo di sentire e di disegnare dei giapponesi. Voler vedere infine questo sole più forte, perché si sente che senza conoscerlo non si è in grado di comprendere dal punto di vista dell’esecuzione, della tecnica, i quadri di Delacroix e perché si sente che i colori del prisma sono velati nelle brume del Nord.
Tutto ciò resta un po’ vero. A tutto ciò però si aggiunge anche un’inclinazione del cuore verso quel Sud che Daudet ha dipinto in Tartarin e dove, per un verso o per l’altro, ho trovato anche amici e cose che amo.
Comprenderai allora che pur considerando orribile il mio male, sento che comunque mi sono creato qui dei legami un po’ troppo forti – legami che più avanti potrebbero indurre in me la voglia di riprendere qui il lavoro – quando è ugualmente possibile che tra relativamente poco io ritorni nel Nord.
Sì, perché non ti nascondo che allo stesso modo in cui mangio con avidità, mi viene un desiderio terribile di rivedere gli amici e di rivedere la campagna del Nord.
Il lavoro procede molto bene, trovo cose che invano avevo cercato da anni, e sentendo questo, penso sempre a quelle parole di Delacroix che sai, e cioè che avrebbe trovato la pittura quando non avesse più avuto né fiato né denti. Ebbene, con la mia malattia mentale, penso a tanti altri artisti moralmente sofferenti e dico a me stesso che la malattia non costituisce un impedimento per esercitare il mestiere di pittore come se niente fosse.
Quando vedo che qui le crisi tendono ad assumere una piega religiosa assurda, mi sentirei quasi di credere che sia addirittura necessario un ritorno al Nord. Non parlare troppo di questo con il medico, quando lo vedrai – ma non so se questo derivi dal fatto di vivere tanti mesi all’ospizio di Arles e per di più in questi vecchi chiostri. Infine, non bisogna che io viva in un ambiente come questo, allora sarebbe meglio la strada. Non sono indifferente, e nella sofferenza, talvolta anche pensieri religiosi mi consolano molto. Così, questa volta, durante la malattia, mi era capitato un guaio – una litografia di Delacroix La Pietà con altri fogli era caduta nell’olio e nella pittura e vi si era immersa.
Per questo ero triste – allora nel frattempo mi sono affrettato a dipingerla e un giorno la vedrai: su una tela da 5 o da 6 ne ho fatto una copia che credo sia sentita. D’altronde, avendo visto non molto tempo fa il Daniel e Le odalische e il ritratto di Brias e La mulatta a Montpellier, sono ancora sotto l’impressione che tutto ciò ha provocato in me. Ecco ciò che mi edifica, così come mi edifica leggere un bel libro, ad esempio, di Beecher Stowe o di Dickens, ma ciò che mi dà fastidio è vedere ogni momento queste buone donne che credono nella vergine di Lourdes e costruiscono cose come queste, e dire a se stessi che si è prigionieri in un istituto come questo, che coltiva molto volentieri queste aberrazioni religiose malsane, quando bisognerebbe invece curarle. Dico che allora sarebbe meglio andare, se non ai lavori forzati, almeno al reggimento.
Mi rimprovero la mia viltà, avrei dovuto difendere meglio il mio atelier, anche a costo di battermi con questi gendarmi e con i vicini. Altri, al mio posto, avrebbero usato la pistola e, certo, se avessero ucciso persone del genere, sarebbero stati assolti. Avrei dovuto fare così: e invece sono stato vile e ubriaco.
Anche malato, ma non sono stato coraggioso. Allora, davanti alla sofferenza di queste crisi mi sento anche molto spaurito, e non so se il mio zelo sia qualcos’altro da ciò che penso; è come colui che, volendo suicidarsi e trovando l’acqua troppo fredda, fa di tutto per recuperare la riva.
Ma, senti, stare in una pensione come ho visto Braat un tempo – per fortuna quel tempo è lontano – no, no e no.
Diverso sarebbe se père Pissarro o Vignon, ad esempio, volessero prendermi a casa loro. Va là, sono pittore, io: tutto può andare a posto ed è meglio che il denaro serva per mantenere dei pittori piuttosto che andare a queste eccellenti sorelle.
Ieri ho chiesto a bruciapelo a Peyron: se andate a Parigi, cosa ne direste se vi chiedessi di venire con voi? Ha risposto in modo evasivo – che era troppo presto, che prima bisognava scriverti.
Ma lui è buonissimo e molto indulgente con me e, pur non essendo qui il capo esclusivo, lungi dall’esserlo – gli sono debitore di molte libertà.
Insomma, non bisogna solo fare quadri, ma anche vedere persone, e di tanto in tanto, attraverso la frequentazione di altri, rifarsi anche il temperamento, rifornirsi di idee. Lascio da parte la speranza che ciò possa di nuovo accadere – al contrario, debbo dire a me stesso che di tanto in tanto avrò una crisi. Ma allora, limitatamente a questo periodo, si può andare in una casa di cura o anche alla prigione comunale, dove di solito c’è una cella di isolamento. Non farti cattivo sangue comunque – il lavoro va bene e non saprei dirti quanto mi riscalda il cuore poter dire talvolta: farò ancora questa o quella cosa, campi di grano ecc. Ho fatto il ritratto del sorvegliante e ne ho una copia per te. Fa un curioso contrasto con il mio autoritratto, in cui lo sguardo è vago e velato, mentre lui ha qualcosa di militaresco e occhi neri, piccoli e vivi. Gliel’ho regalato e farò anche sua moglie, se vuole posare. È una donna sbiadita, una disgraziata completamente rassegnata e assolutamente da nulla, e così insignificante da indurre in me una gran voglia di fare quel polveroso filo d’erba. Ho parlato con lei qualche volta, quando facevo gli ulivi dietro al loro piccolo “mas” ed ella mi diceva di non credere che io fossi malato – infine anche tu diresti questo se mi vedessi lavorare, con il pensiero chiaro e le dita così sicure, da disegnare senza prendere neppure una misura, questa Pietà di Delacroix, in cui pure ci sono queste quattro mani e braccia in avanti – gesti e torniture di corpi non proprio facili o semplici.
Te ne prego: inviami presto la tela se ti è possibile, e credo di aver bisogno di dieci tubi di bianco di zinco in più.
Tuttavia so bene che la guarigione arriva – se ci si comporta bene – dal di dentro, per la grande rassegnazione alla sofferenza e alla morte, per l’abbandono della propria volontà e dell’amor proprio. Ma ciò non vale per me, mi piace dipingere, vedere gente e cose, e tutto ciò che costituisce la nostra vita – fittizia – se si vuole. Sì, la vera vita potrebbe essere in altro, ma non credo di appartenere a quella categoria di anime che sono pronte a vivere e anche in ogni momento a soffrire. Quanto è piacevole il tocco, il colpo di pennellessa.
En-plein-air, esposto al vento, al sole, alla curiosità della gente, si lavora come si può, si riempie la tela alla meno peggio. Eppure è proprio allora che si afferra il vero e l’essenziale – il più difficile sta in questo. Ma quando si riprende dopo un po’ quello studio e si aggiustano colpi di pennellessa nel senso degli oggetti – si ottiene certo qualcosa di più armonioso e piacevole a vedersi e vi si aggiunge quel che si ha di sereno e di sorridente.
Ah, non potrò mai rendere le mie impressioni di certe figure che ho visto qui. Certo è la strada dove c’è del nuovo, la strada del Sud, ma gli uomini del Nord fanno fatica a penetrarvi. E io mi vedo già fin d’ora, il giorno in cui avrò qualche successo, rimpiangere la mia solitudine e il mio scoramento di qui, il momento in cui vidi attraverso le sbarre di ferro del capanno il falciatore laggiù nel campo. La sventura è buona a qualcosa.
Per riuscire, per avere prosperità che dura, bisogna avere un temperamento diverso dal mio, non farò mai ciò che avrei potuto e dovuto volere e perseguire. Ma con queste vertigini così frequenti, posso vivere solo una situazione di quarto o quinto piano. Quando avverto con chiarezza il valore e l’originalità e la superiorità di Delacroix, di Millet ad esempio, allora mi faccio forte di dire: sì, sono qualcosa, posso qualcosa. Ma devo avere una base in questi artisti, e poi produrre il poco di cui sono capace nello stesso senso.
Père Pissarro è dunque davvero colpito in modo crudele da due disgrazie simultanee. Non appena l’ho saputo, mi è venuto in mente di chiedere se ci fosse modo di andare ad abitare da lui.
Se tu gli pagassi la stessa cifra di qui, ne avrebbe un vantaggio, perché io non ho bisogno di molto – più che altro di lavorare.
Diglielo dunque chiaro e tondo e, se non vuole, andrò volentieri da Vignon.
Ho un po’ paura di Pont-Aven, c’è tanta gente, ma quello che dici di Gauguin mi interessa molto. E mi dico sempre anche che Gauguin e io lavoreremo ancora insieme. Io so che Gauguin può fare cose migliori di ciò che fa, ma il problema è metterlo nelle condizioni di farlo!
Spero sempre di fare il suo ritratto. Hai visto il ritratto che ha fatto di me mentre dipingevo i girasoli? Il mio volto si è rischiarato poi, ma ero proprio io, estremamente affaticato e carico di elettricità come ero allora.
Eppure, per vivere il paese, bisogna vivere con il popolino, nelle casupole, nei cabaret ecc. Era ciò che dicevo a Boch, che si lamentava di non vedere niente che gli suggerisse o gli producesse un’impressione. Passeggio per due giorni con lui e gli mostro come fare trenta quadri del Nord altrettanto diversi dal Marocco. Sono curioso di sapere cosa fa in questo momento.
E poi sai perché i quadri di E. Delacroix, i quadri religiosi e storici, La barca di Cristo, La pietà, I crociati, hanno questo stile?
Perché E. Delacroix, quando fa un Gethsemani, è andato a vedere sul posto cos’era un giardino di ulivi, e così per il mare battuto da un duro mistral, e perché probabilmente si è detto: queste persone di cui ci parla la storia: dogi di Venezia, crociati, apostoli, sante donne, erano dello stesso tipo e vivevano in modo analogo a quelli dei loro discendenti attuali.
Perciò ti devo dire – e lo vedi in La Berceuse per quanto sbagliato e debole sia questo tentativo – che se avessi avuto le forze per continuare, avrei fatto ritratti di santi e di sante donne dal vivo e che sarebbero sembrate di un altro secolo, e sarebbero attualmente dei borghesi pur avendo rapporti con i cristiani delle origini.
Le emozioni che questo provoca sono tuttavia troppo forti, mi fermerei, ma più tardi, più tardi non dico che non tornerei alla carica.
Quel grand’uomo di Fromentin – per coloro che vorranno vedere l’Oriente resterà sempre la guida. Lui per primo ha stabilito rapporti con Rembrandt e con il Sud, tra Potter e ciò che lui vedeva.
Hai ragione le mille e mille volte – non devo pensare a tutto ciò –, bisogna che faccia qualcosa, magari cavoli e insalate, per calmarmi, e solo quando sarò tranquillo, quello di cui sarò capace.
Quando li rivedrò, farò delle ripetizioni dello studio della Diligenza per Tarascona, del Vigneto, della Mietitura, e soprattutto del cabaret rosso, quel Caffè di notte che come colore è ciò che di più caratteristico ci sia. Ma la figura bianca al centro deve essere rifatta proprio quanto al colore, meglio costruita. Ma questo – oso dirlo – è vero Sud e una combinazione calcolata dei verdi con i rossi.
Le mie forze si sono esaurite troppo in fretta, ma intravedo la possibilità per altri di fare un’infinità di belle cose. E resta sempre vera l’idea che, per facilitare il viaggio degli altri, sarebbe stato un bene fondare un atelier da qualche parte nei dintorni.
Fare tutto di fila il viaggio dal Nord alla Spagna, ad esempio, non va affatto bene, non si potrà vedere ciò che c’è da vedere – bisogna farsi gli occhi innanzitutto e in modo graduale all’altra luce.
Quanto a me, non ho bisogno di vedere dei Tiziano e dei Velásquez nei musei, ho visto certi tipi vivi e vegeti che mi insegnano cosa sia un quadro del Sud attualmente, più di quanto lo possa fare un semplice viaggetto.
Mio Dio, mio Dio le brave persone fra gli artisti, che dicono che Delacroix non è il vero Oriente. Ti pare che il vero Oriente sia quello che hanno fatto parigini come Gérôme?
Il fatto che si dipinga un pezzo di muro soleggiato anche dal vivo e ben vero secondo il nostro modo di vedere del Nord, ciò prova anche che si siano visti gli abitanti dell’Oriente? Ora è proprio questo che ha cercato di fare Delacroix, il che non gli ha impedito affatto di dipingere muri in Le nozze ebraiche e Le odalische.
Non è forse vero? E allora Degas dice che bere nei cabaret facendo quadri costa troppo; non dico di no, ma egli vorrebbe perciò che andassi nei chiostri o nelle chiese, ed è lì che io ho paura.
Per questo faccio, con la presente, uno sforzo di evasione; con una forte stretta di mano a te e a Jo.


Vincent

Bisogna anche che mi congratuli con te in occasione del giorno di nascita della mamma, stavo scrivendole ieri, ma la lettera non è ancora partita perché non ero abbastanza in me per portarla a termine.
È strano che già in precedenza mi sia venuta due o tre volte l’idea di andare da Pissarro, e questa volta, dopo che mi hai raccontato le sue recenti disgrazie, non esito a chiedertelo.
Sì, bisognerà darci un taglio: non posso più fare le due cose assieme, lavorare e darmi mille pene per vivere con questi buffi malati qui – è una cosa che offusca il cervello. Invano vorrei sforzarmi di scendere. Eppure sono già due mesi che non vado più all’aria aperta.
Alla lunga, qui potrei perdere la facoltà di lavorare, ora qui comincia il mio alto là e allora, se sei d’accordo, li mando a spasso. E pagare ancora per questo, no: allora l’una o l’altra disgrazia fra gli artisti consentirà di andare d’accordo con me. Per fortuna scrivi che stai bene e che sta bene anche Jo e che sua sorella è con voi.
Vorrei proprio che quando nascerà tuo figlio, io possa essere di ritorno – non con voi, certo che no, ciò è impossibile, ma nei dintorni di Parigi con un altro pittore. Potrei, per citarne un terzo: andare presso i Jouve, che hanno molti bambini e vivono tutti assieme.