Testata

Van Gogh. I colori della vita

Padova, Centro San Gaetano
10 Ottobre 2020 - 11 Aprile 2021

2. Vincent e Sien
di Marco Goldin

(Questa è la seconda puntata, di otto in totale, una ogni ultima domenica del mese fino a settembre, di una serie di dialoghi immaginari tra Vincent van Gogh e alcune delle persone che hanno contato nella sua vita. Scritti da Marco Goldin, sono sì dialoghi immaginari ma verosimili, appoggiati sempre alle fonti storiche. Questa seconda puntata è un dialogo tra Van Gogh e Sien Hoornik, una ex prostituta che per oltre un anno fu compagna dell’artista all’Aia, tra il 1882 e il 1883. Vissero insieme in un contesto assai difficile e di miseria. Si tratta di un percorso mensile di avvicinamento alla grande mostra “Van Gogh. I colori della vita”, curata dallo stesso Goldin, che si aprirà il prossimo 10 ottobre a Padova, nel Centro San Gaetano (www.lineadombra.it). Tutte le opere che illustrano i dialoghi saranno poi presenti nella mostra).

SIEN. È già sera e ancora non torna. Come sempre. E come sempre mi dirà di avere fatto tardi tra la campagna e i sentieri, tra i sogni e il cielo. Non smette di sognare nemmeno dentro questa miseria. Nemmeno adesso che per farci biancheria ha dovuto tagliare pezzi delle tele che usa per dipingere. Io e i bambini ci portiamo addosso i colori di Vincent, prima che appaiano. Prima che vadano via con il vento e si facciano ombra della sera.

Mi ha detto che cammina tutto il giorno tra i campi e sotto gli alberi, non si ricorda nemmeno di mangiare. E quando si ferma è solo per un po’ di pane e del latte. Cammina tutto il giorno, adesso che è appena sbocciata la primavera e i tulipani sono in fiore. Una grande distesa di colori, come una cascata. La luce se n’è andata ormai e Vincent ancora non torna. Ho addormentato i bambini davanti al fuoco perché in casa, la sera, fa ancora freddo e non c’è altro modo di ripararci. Me ne starò qui, sulla sedia accanto alla finestra, a guardare le luci fioche venire dalla strada, aspettando di vederlo spuntare dietro l’angolo di Schenkweg. Me ne starò qui, sulla sedia che Vincent mi chiede di usare quando mi disegna nel controluce di un lampo.

VINCENT. Eccomi, Sien. Ho fatto tardi, ancora più tardi del solito, ma ho visto la trama ordinata dei fiori, la luce che vi si posava placata. Non ho resistito e mi sono fermato. Ho tirato fuori il cavalletto che avevo sulle spalle, l’ho ricomposto e messo a terra. Ho appoggiato la cassetta dei colori e per fortuna avevo portato con me una tela da 20, così avevo spazio sufficiente per immergermi nella natura che avevo davanti. Mi ha colpito al cuore.

Sono passato da strade e sentieri, da pezzi di piccolo bosco nel quale entrava il rumore del vento, il suo sussurro talvolta più forte. Ci entrava come una parola che in un certo momento della vita, abbiamo bisogno di sentire. E se nessuno ce la dice, cerchiamo da qualche parte, in qualche modo, di vederla portata dal vento. Una parola a volte è un’apparizione, come una musica. Questo vado cercando. Per questo non dipingo soltanto, non disegno soltanto, ma scrivo lettere come fossero preghiere. Come fossero parole portate dal vento.

SIEN. Oh Vincent, temevo non saresti tornato stanotte. Ero pronta a dirti ancora la mia rabbia per le tue assenze. E tu mi avresti parlato con foga della tua pittura. Che nessuno sembra volere, eppure ti ostini a continuare. E dipingi, e disegni. Tutto il giorno, tutti i giorni della tua vita. Ma forse hai ragione tu e sarai davvero il pittore dell’avvenire. Quando io non ci sarò più, quando tu non ci sarai e forse qualcosa di noi sarà rimasto su questa terra. Qualcosa di questo dolore, di questa schifosa miseria. Qualcosa di questa speranza, di un atteso futuro, qualcosa di giorni migliori a venire. Quando una luce diversa, fatta di colori e silenzi, di colori e profumi, si sarà infine posata, quasi galleggiando sospesa, sul nostro abbraccio.

Butta un po’ di legna nel camino e ravviva il fuoco. Mia madre è di là che dorme assieme ai bambini. La più grande ha chiesto di te, ti ha chiamato papà, quando torna papà? Anche se suo papà non sei. Ma ormai viviamo insieme da un anno, siamo una famiglia, forse. E poi chissà chi sarà suo padre tra i tanti che bussavano alla mia porta per un’ora di passione poi da abbandonare come un cencio preso in una folata e volato via.

VINCENT. Ho sempre desiderato una famiglia, il calore di un fuoco la sera, quando il padre torna dal lavoro e tutti si siedono a tavola. Ma prima ci si alza per dire una preghiera e ringraziare il Signore per i suoi doni, per il cibo che concede. Quando a Zundert, nella nostra casa vicina alla chiesa, tutta la nostra famiglia si riuniva, mio padre Theodorus guardava Anna, mia madre, la sua sposa, e guardava tutti noi, i suoi sei figli.

Ci guardava come un dono di Dio, ognuno con i suoi talenti, ciascuno con le sue fragilità. Ci guardava e dal suo cuore vedeva il nostro cuore, quel qualcosa di noi che nemmeno a noi stessi era noto. Poi ci invitava alla preghiera e in quella stanza, attorno a quella tavola, si faceva solo silenzio. Anche le nostre due domestiche si arrestavano sull’uscio, senza entrare, e pregavano con tutta la famiglia del reverendo Theodorus van Gogh, pastore a Zundert, nel Brabante.

SIEN. Qui all’Aia, in queste stanze di Schenkweg, però non è così, Vincent. Tante volte non abbiamo i soldi per comprare da mangiare. Tu non sei il padre dei miei figli, solo io ne sono la madre. Solo io, Sien Hoornik. Chi può dire se siamo una famiglia? Chi, se saremo ancora a lungo una famiglia? Mia madre e mio fratello sembrano volere che io mi stacchi da te, mi divida da noi, dal nostro essere il segno di un respiro comune, almeno quando non litighiamo.

Li ho sentiti parlare, qualche giorno fa. Vorrebbero che io riprendessi la vita di prima, lontana da te, che non sei comunque in grado di provvedere nemmeno a te stesso. Figurati a una famiglia. Tu, artista fallito ancor prima di cominciare. I tuoi genitori lo scorso inverno ci hanno mandato un cappotto di lana, dei guanti, una sciarpa, maglie anch’esse di lana. Ma non basta, capisci? Non basta questa generosità che non costruisce la vita, la nostra, ogni giorno. Ogni giorno che Dio manda in terra. Vorrebbero che ricominciassi la vita di prima, a ricevere gli uomini che bussano alla mia porta. Almeno quel bussare frutterebbe i fiorini che servono per sfamare i miei figli, per non sentirli piangere. E tu potresti dipingere quando vuoi, senza tornare a casa la sera.

VINCENT. Non so. Mi pare di non conoscere ancora così bene la vita. Mi piega le ginocchia, eppure non smetto di sperare. Di guardare in faccia il futuro. Domani tornerò in campagna. Oggi ho visto un campo fiorito di tulipani. È venuta la stagione. Domani dipingerò quei colori che s’innalzano fino al cielo. Dipingerò il profumo dei fiori.

mostra a cura di
Marco Goldin

Padova, Centro San Gaetano
10 ottobre 2020 – 11 aprile 2021