Testata

Van Gogh. I colori della vita

Padova, Centro San Gaetano
10 Ottobre 2020 - 11 Aprile 2021

Di lune e nuvole.
Van Gogh e la fine del suo viaggio

Quinta sezione

L’uomo vive nel colore e del colore, perché giunge dalla luce e senza la sua forza e la sua potenza miracolosa nulla sarebbe. Il pittore eroe pone, davanti a tutti, i suoi passi su questa strada. E in un antico frammento presocratico, attribuibile forse ad Antifonte, si legge che la vita dell’uomo dura un giorno, però con gli occhi rivolti alla luce. Come se in quell’atto primordiale di appartenerle fosse già inscritta tutta intera la vita, e la vita potesse durare il tempo di un levarsi del sole e andare a esso incontro. In questo senso lo spazio, percorso e abitato dalla luce, e dai colori che ne risultano i sovrani, non è più, e in alcun modo potrà più essere, indifferenza. Ma differenza e peculiarità, precisione dell’atto della descrizione, innamoramento e sostanza, battito del cuore e vento partecipe. Il pittore sente così il mondo con altri occhi, gli occhi del primo uomo che ha camminato sulla terra. E quel sentire è il vedere, attraverso la luce e i colori, i luoghi dell’origine, così da percepire il senso anche mitico di spazi che sono dalla forma del principio.

Il vedere di Van Gogh è un vedere totale, che non lascia alcuna zona non scandagliata, non coperta dalla sua brama di conoscere e scardinare il senso e la forma del mondo. Ama della luce, e sempre più sarà nel tempo trascorso a Saint-Rémy-de-Provence, lo spirito ma anche la carne. Non gli basta, non gli può bastare, la pelle della luce, non gli basta stare su un bordo e semplicemente rifare la natura. Dall’Aia, a Theo, già alla fine del 1882 aveva scritto: «Non si tratta di copiare servilmente la natura, ma molti di noi non possiedono quella conoscenza intima della natura che assicura la freschezza e la verità alle opere.» Il vedere di Van Gogh è onnivoro, non lascia spazi di sospensione ma è una continua attività dello sguardo complice e partecipe. Egli accende il mondo, lo spalanca e lo squaderna. E conducendolo su una soglia, lo presenta. Sulla linea di un burrone, su un precipizio, e lo illumina perché alla fine la qualità di quel mondo scoperto, così terribilmente umana e talvolta devastata, non sia solo in potenza ma anche in atto.

È proprio a Saint-Rémy che questa disposizione di Van Gogh tocca il suo acme, specialmente nella descrizione di una natura che si accende oltre ogni misura. Dai campi agli alberi, dal cielo con le sue nuvole stracciate di bianco alla luna rossa del destino, prima che siano a Auvers quei covoni sorvolati da corvi ormai sul ciglio di uno sprofondamento nel cuore della terra. E su tutto ciò, nella quinta sezione con una decina di bellissimi quadri finali, la mostra si soffermerà, prima di chiudersi.

Van Gogh, partito da Arles l’8 maggio del 1889, arriva in treno a Saint-Rémy e dopo una camminata di mezz’ora dalla stazione ferroviaria, accompagnato dal reverendo Frédéric Salles, giunge nella casa di cura di Saint-Paul-de-Mausole appena fuori la piccola città. Si trattava di un antico monastero romanico, che già nel 1605 era stato utilizzato per malati mentali, mentre all’inizio del XIX secolo venne del tutto trasformato in un istituto solo a questo dedicato, con un reparto maschile e uno femminile. Salles scrisse a Theo che «il signor Vincent era del tutto tranquillo e spiegò da solo al direttore il suo caso, come un uomo completamente consapevole della propria condizione.»

Il 9 giugno, il dottor Peyron annunciava in una lettera a Theo che finalmente aveva potuto dare il permesso a Vincent di uscire dall’istituto, per iniziare a conoscere il paesaggio e dipingere. Van Gogh poté dunque avventurarsi al di fuori delle mura, alla ricerca di nuovi soggetti per la sua pittura. Ma prima che settimane sempre più tormentate prendessero il via, culminate con la crisi di luglio, realizzò dalla finestra della sua camera uno dei quadri più belli dell’intera sua vita, nel quale dipinse le nuvole più affascinanti e perigliose che di lui si ricordino. Proveniente dalla Ny Carlsberg di Copenaghen, questa tela sarà al centro, in mostra, di quel capitolo indimenticabile che ruota attorno alla casa di cura di Saint-Paul-de-Mausole. È il passaggio avvenuto verso quella pittura fatta di una visione tutta partecipata, mossa e frastagliata come se il grano ancora verde, battuto dal temporale, fosse il segno di una burrasca in mare aperto. E parlando della particolare prospettiva sghemba, quasi precipitante lungo la diagonale dal blu delle Alpilles verso il verde dei campi, parlava di «una prospettiva alla Van Goyen». Cosa che in questo modo riallacciava il suo legame mai sopito con gli autori della Golden Age olandese.

Il percorso espositivo fa su questo un’altra importante sosta, con un secondo quadro molto famoso dipinto da Van Gogh all’inizio di luglio, nel quale compare un effetto stilistico assai marcato, quasi sperimentale, un effetto non particolarmente amato da Theo. Si tratta dello stesso scorcio del precedente, ma con una visione più ravvicinata, con l’occhio che si è introdotto ben dentro quel brano di natura comunque claustrale, durante il tempo della piena estate, con i toni caldi a dominare la scena. E il grande disco della luna nascente che sta sorgendo dal fianco delle Alpilles.

Questi dunque che danno conto dell’ambiente circostante, assieme anche alla visione del Monte Gaussier che si trova sul lato sud della casa di cura e che Van Gogh dipinse nell’autunno di quel 1889, direttamente sul motivo, poco fuori il grande portone di accesso, oppure quelli appena più lontani come Il burrone o perfino la scena con il Buon Samaritano tratta da Delacroix ma ambientata negli stessi canaloni sotto le Alpilles, sono paesaggi di inaudita novità. Tutti dipinti straordinariamente presenti in mostra. Nell’opera pur sempre così tormentata di Van Gogh, non c’è mai stato periodo alcuno, come questo di Saint-Rémy, in cui un simile disagio dell’anima abbia condotto a un rapporto diretto, e si direbbe quasi simbiotico, con la natura. Ciò che appare e ciò che permane ma anche quanto scompare e allora di quella scomparsa bisogna farsi profeti. Così egli ha fatto aggirandosi sui sentieri di terra attorno alla casa di cura.

Van Gogh sommamente sopravvive – e giunto a Saint-Rémy mancherà poco più di un anno alla sua morte – fino a un certo momento alla sua emozione debordante, e così facendo lascia che quell’emozione che tracima in commozione e strazio sia il punto di raccolta in cui tutto il mondo così trasformato si deposita. Le forze del mondo e dell’anima individuale si uniscono per dare luogo a quell’armonia saettante in cui infine si riconoscano gli elementi e l’intero. Gli elementi come parti del tutto sono per Van Gogh la scelta di un percorso difficile, accidentato, perché molto spesso era l’impossibilità e l’incapacità di giungere alla totalità senza spezzare lo scorrere delle cose, dei volti. Non a caso anche qui a Saint-Rémy egli continua a lavorare sugli stessi volti, e lo farà spesso ricorrendo ai pochi sguardi che hanno fatto parte della sua recente vita, come quello della signora Ginoux presente in mostra e che egli riprende dal disegno fatto da Gauguin nello studio della Casa Gialla nell’autunno 1888.

La storia, e con essa questa mostra, è ormai sul punto di concludersi. La mattina del 20 maggio 1890, Vincent lascia Parigi, dove si era fermato a casa di Theo rientrando da Saint-Rémy. Prende il treno in direzione di Auvers-sur-Oise, dove lo aspetta il dottor Gachet, amico di molti tra i pittori impressionisti, a cominciare da Pissarro e Cézanne. Gachet incita subito Van Gogh, come scrive già il giorno successivo al fratello e alla moglie: «Poi mi ha detto che bisogna lavorare con grande ardimento e non pensare affatto a ciò che ho avuto». All’Auberge Ravoux, nella piazza del Municipio, trova una camera più a buon mercato di quella che all’Auberge Saint-Aubin gli aveva proposto lo stesso medico. Arriva ad Auvers con una rinnovata sensazione di impotenza davanti alla natura e alla possibilità di rappresentarla. La luce e i colori di Saint-Rémy, tatuati sulla sua pelle e sulla sua anima, erano stati troppo.

Van Gogh sopravvivrà fin quando a restare in vita sarà il sogno della pittura. Il sogno che con la pittura egli avrebbe potuto dire quel grumo di lacrime e sangue, di poltiglia di terra e cenere di cielo, che gli cadeva davanti agli occhi ogni mattina. Il sogno di una pittura che dapprincipio era stata l’illusione di copiare Mauve e gli olandesi, poi di rifare i giapponesi, poi di creare con Gauguin l’“Atelier del Sud”, luogo d’incontro di immaginate, comuni sensibilità. E infine, da una suggestione gauguiniana, volare verso i Tropici, dove Gauguin era già stato – la Martinica, nell’estate del 1887 – e dove, facendo vela verso la direzione opposta, andrà per la prima volta, lasciando terra da Marsiglia, nemmeno un anno dopo la morte di Vincent.

Il quale dunque sopravvive fino al momento in cui il sogno si spezza, poi il peso diventa insopportabile. Il sogno di un’arte essenziale, totalmente rinnovata nella forza e nella pregnanza del colore. Segno indelebile di quel viaggio che attraverso lo spirito poteva condurre all’anima del mondo. Sogno che metteva nel conto la possibilità ardita di dipingere quell’anima invisibile con il visibile dei colori accesi e della natura. Il visibile di una luce che si spandeva nel paesaggio e nei cuori. Una sorta di grande liturgia rappresentativa, infinita, che viene alternandosi alla manifestazione di uno stupore così doloroso e malinconico. Fin quando la malinconia non vince. Rifare a ritroso il cammino, mostrare che la scelta del luogo e dell’ora non era da una casualità ma dal viaggio consapevole. Questo era l’estremo tentativo di vita. Van Gogh possiede il senso dell’utopia ed egli non è solo un sognatore ma anche colui che prevede il futuro. Nell’apparente sconfitta si fa oracolo, effettivamente è l’eroe del primo capitolo di questa mostra. La fine coincide con il principio.

mostra a cura di
Marco Goldin

Padova, Centro San Gaetano
10 ottobre 2020 – 11 aprile 2021


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