Testata

Van Gogh. I colori della vita

Padova, Centro San Gaetano
10 Ottobre 2020 - 11 Aprile 2021

Un anno decisivo. 1888
Quarta sezione

La mostra, arrivata alla sua quarta sezione, fa una sosta molto importante sul tempo trascorso da Van Gogh ad Arles, con alcuni dipinti celebri. Sezione molto articolata nel suo essere un racconto preciso di quanto accaduto in quell’anno decisivo. Perché il 1888 è realmente un anno fondamentale nella pur breve vicenda dell’artista olandese, poiché maturano, nella concretezza e nella bellezza dell’opera, molte riflessioni che lo avevano occupato nei due anni parigini. Dall’approfondimento del rapporto ideale con Millet, rivisto però alla luce del Sud, fino alla predilezione verso l’arte giapponese.

Ad Arles Vincent giunge il 20 febbraio 1888, trovando alloggio all’ Hôtel-Restaurant Carrel, al 30 di rue de la Cavalerie. Subito dà al fratello le prime indicazioni sul paesaggio che ha visto arrivando con il treno, quel paesaggio che desiderava incontrare venendosene via dalla città che lo aveva confuso e frastornato: “Ho visto magnifici terreni rossi coperti di vigne, con sfondi montagnosi del più fine lilla. E i paesaggi nella neve con le cime bianche contro un cielo tanto luminoso quanto la neve, erano belli come i paesaggi invernali fatti dai giapponesi.” E qui subito il riferimento a quel Giappone che aveva tanto amato a Parigi e che è anche uno dei motivi fondanti della sua scelta della Provenza.
 

Nei quasi quindici mesi di permanenza ad Arles, Van Gogh realizza circa duecento quadri, cento tra disegni e acquerelli e ha il tempo di scrivere duecento lettere, quasi tutte, come sempre, indirizzate al fratello Theo. Quando arriva ad Arles, la città conta più o meno 30.000 abitanti ed è un po’ la quintessenza della Provenza. Ci si può chiedere perché Vincent l’avesse scelta, e non per esempio Aix o Martigues o Avignone, quando decide di scendere a Sud. Di sicuro non c’è un unico motivo, ma un’articolata serie di risposte possibili.

Egli ammira molto per esempio il pittore marsigliese Adolphe Monticelli e Arles poteva essere una sorta di testa di ponte sulla strada per Marsiglia. I due fratelli avevano costruito a Parigi una collezione di opere di Monticelli, il cui colore fondo e materico Vincent riteneva derivato da Delacroix, altro pittore da lui assai considerato. Ma anche altri artisti potevano avere influenzato la sua decisione di scegliere Arles come meta provenzale. In giovane età, nel 1855, Degas visitò la città. Lo stesso Toulouse-Lautrec, conosciuto nell’atelier di Fernand Cormon a Parigi, e originario del Sud, potrebbe avergliene parlato.

Ugualmente, l’amore per le stampe giapponesi poteva avere condizionato la sua visione del Sud e infatti scrive a Bernard poche settimane dopo esservi arrivato: “Questo paese mi sembra bello quanto il Giappone per la limpidezza dell’atmosfera e gli effetti brillanti del colore.” Ma anche la lettura dell’opera dello scrittore provenzale Alphonse Daudet offre occasioni di un colore nuovo per la visione di Van Gogh. Soprattutto il Tartarin de Tarascon, uscito nel 1872, lo colpisce molto, tanto da citarlo molto spesso nelle sue lettere, riferendosi alla “gaiezza” provenzale. Che associa anche alla sua pittura, non di rado. Infine, può non essere stato secondario il richiamo della leggendaria bellezza delle donne arlesiane, spesso ricordata nei giornali, nelle guide e nei romanzi.

Quando arriva ad Arles, Van Gogh trova però una situazione artistica che poco ha a che fare con il suo desiderio, e ancora di più la sua necessità, di essere il pittore del futuro. I luoghi arlesiani servono piuttosto come fondale per una rappresentazione pittorica convenzionale. Soprattutto il cimitero di Les Alyscamps è l’ideale punto di appoggio per una resa romantica della vita locale. Vincent vide subito immagini di questo tipo, come quella di un giovane che attendeva l’innamorata nella luce del tramonto proprio a Les Alyscamps.
 

La rappresentazione del Sud che Van Gogh aveva in mente si scontrava con questo tipo di imagerie e soprattutto con quella costruita da un giovane pittore originario di Alès, una cittadina a nord di Arles, Joseph Belon. Negli stessi giorni in cui Van Gogh dipingeva i suoi infiammati campi di grano nella pianura della Crau, con la figura del seminatore oppure con quella di un uomo e una donna che stavano vicini in mezzo a quel giallo, Belon dipingeva un uomo e una donna ugualmente vicini ma in un contesto completamente diverso.

L’assoluta modernità dei quadri di Van Gogh si specchiava nel gusto dell’ancora trionfante Salon, da cui del resto lo stesso Belon proveniva. Nel suo desiderio di raccontare un episodio di vita locale, all’ingresso degli Alyscamps, tratteggiava un giovane arlesiano che cercava di scusarsi con la fidanzata, gelosa di lui. Sul fondo, sotto l’arco di Saint-Césaire toccato dalla luce del sole, continuava il ballo tradizionale della farandola, con le donne nei loro caratteristici abiti dei giorni di festa. Arles era dunque contemporaneamente quanto dipingeva Van Gogh e quanto dipingeva Belon.
 

In ogni caso, nessun pittore prima di Vincent van Gogh aveva scelto Arles come base, mentre lui sognava di stabilirvi il tanto desiderato “Atelier del Sud,” vera e propria comunità di pittori che avrebbe dovuto nascere attorno alle figure di Gauguin e Bernard. Sia come sia, Van Gogh manifesta ad Arles, e ancor di più nei suoi immediati dintorni, nella continua immersione in una natura assoluta, tutti quei tratti che faranno di lui il pittore che conosciamo e lo porteranno a vivere con un’intensità fuori del comune gli ultimi due anni e poco di più della sua vita.

Sono due le aree che attorno ad Arles lo catturano, la prima delle quali resterà il suo riferimento preferito per tutto il tempo di permanenza lì: la pianura della Crau, con l’area contigua dell’abbazia di Montmajour, in direzione nord est a non più di cinque chilometri da dove abitava, e tra l’altro luogo dei suoi celeberrimi campi di grano, dipinti a metà giugno di quell’anno. E poi la zona che costeggia l’Arles-Bouc canal, invece verso sud.

Era comunque preoccupato che le sue immagini del Sud potessero avere una esagerata derivazione da quelle del Nord, senza quindi possedere quei requisiti di gaiezza trovati nelle pagine di Daudet, Zola o Maupassant, o ancora nelle incisioni dei giapponesi. Timore che si rivelerà del tutto infondato, come questa sezione ampia della mostra testimonia con grande chiarezza.


La mostra intanto si sofferma su quelle due settimane, nella seconda metà di giugno, quando Vincent è reduce dai cinque giorni trascorsi a Les-Saintes-Maries-de-la-Mer: “Adesso che ho visto il mare, sono assolutamente convinto dell’importanza dello stare nel Sud, esagerando con il colore”. Dopo avere abbandonato il pensiero di Saintes-Maries, dove in realtà immagina di voler tornare, Vincent annuncia a Theo che sta lavorando ad alcuni disegni di campi di grano, “verdi e gialli”, e che sta cominciando a rifarli in pittura: “Sono esattamente come quelli di Salomon Koninck – sai, l’allievo di Rembrandt che dipinse vaste e distese pianure.”
 

Sono i campi di grano, in una serie di sette, fatti nella pianura della Crau nella seconda metà di giugno del 1888 e interrotti da piogge torrenziali tra il 20 e il 23. Talvolta con le Alpilles sullo sfondo, raramente con la città, mescolando la parte antica con la ferrovia e i segni della prima industrializzazione, come peraltro avviene nella versione in mostra proveniente dal Musée Rodin di Parigi. Si reca addirittura una cinquantina di volte tra La Crau e Montmajour, dove esperimenta proprio il senso delle distese pianure e dell’infinito che lo riporta alla memoria dei campi dipinti dai grandi olandesi del XVII secolo.

Van Gogh nota come il paesaggio sia diventato assai diverso rispetto alla primavera, ma non per questo sente meno amore verso di esso. E quasi si esalta nel ricordare a sé stesso come stia riuscendo a rendere i toni della Provenza così come li rendeva, non lontano da lì, Cézanne a Aix. Il colore è acceso, vibrante, ma vi si sente il tono di un’intimità che ci consegna gli esiti del rapporto tra l’anima del pittore e l’anima della natura. E questo mentre dipingeva “nel mezzo dei campi di grano, in pieno sole.” In una lettera a Émile Bernard del 18 giugno, prima delle piogge, specifica molto bene questa sua condizione: “Quanto a me, mi sento molto meglio qui di quanto non mi sentivo nel Nord. Lavoro anche nel mezzo del giorno, sotto un sole cocente, senza alcuna ombra, nei campi di grano e godo di tutto questo come una cicala”, indicando poi tutti i toni e i mezzi toni del giallo che riesce a rendere nella pittura. È un’esaltazione suprema, davanti e dentro quel colore che forgerà la sua opera da qui in avanti.