Testata

Van Gogh. I colori della vita

Padova, Centro San Gaetano
10 Ottobre 2020 - 11 Aprile 2021

Da Nuenen a Parigi.
Un colore che cambia

Terza sezione

Approfondimenti in mostra

I tessitori
Van Gogh e gli impressionisti

Questa sezione della mostra, centrale in tutto il percorso espositivo, con diversi quadri anche dei pittori che hanno accompagnato lo sguardo di Van Gogh a Parigi, indaga lo spirito di quello straordinario percorso che porterà l’artista alla piena conoscenza di quanto per lui avrebbe potuto rappresentare un colore nuovo, del quale sentiva la necessità dentro di sé. Lo veniva esprimendo, nelle opere in un primo tempo appena, certamente nelle lettere che indirizzava a Theo, lì dove emergeva la necessità di uscire da quell’atmosfera che lo riportava ai disegni e alle arie quasi crepuscolari dei pittori della Scuola dell’Aia.

Sono le lettere, bellissime e piene di vento, nelle quali Vincent traccia il suo mondo, lo esprime in sussulti e in una visione del futuro che non si distende oltre misura. Quella misura che aveva fissato in una decina d’anni al massimo, come esprime in una lettera rimasta celebre scritta ancora dall’Aia, all’inizio d’agosto del 1883, un mese prima di partire verso la Drenthe. Occorre riandare a quella lettera, e la mostra lo fa, seguendo il filo, invisibile e no, del pittore eroe che combatte con la vita e prova a superarla: «Quindi, quanto al tempo che ho di fronte a me e in cui sarò in grado di lavorare, penso di potere, in tutta tranquillità, immaginare i fatti seguenti: che il mio corpo si manterrà quand bien même per un certo numero di anni – un certo numero che si aggirerà tra i sei e i dieci, credo. Questo posso assicurarlo senza gran rischio, dato che al momento non c’è alcun quand bien même immediato.»

Il pittore eroe è anche il pittore profeta, colui in grado di anticipare quanto meno il suo futuro, con esattezza. «È questo il periodo su cui posso contare sicuramente; quanto al resto, sarebbe uno speculare troppo a vanvera osare di dire alcunché di preciso a mio riguardo, perché che ci sia o meno qualcosa dopo quell’epoca dipende particolarmente da quei, diciamo, dieci anni. Se ci si logora troppo in quegli anni, non si supera la quarantina; se si è forti abbastanza per resistere a determinate traversie che in genere si presentano a quell’epoca, per risolvere determinate difficoltà fisiche più o meno complesse, allora tra i quaranta e i cinquanta ci si ritrova su una strada maestra nuova e relativamente normale.»

Nasce già qui questa tensione fatta di spirito e materia, di giorni e anima e non servirà aspettare il grondare dei colori dal cielo di Provenza. La mostra ci va dentro come si sfogliano le pagine di un diario, alla ricerca dei colori della vita. Dei colori della sua vita. Quei colori che già si aprono di un poco nei due anni trascorsi a Nuenen. È per questo che l’esposizione di Padova fa soste importanti sul tempo trascorso da Van Gogh al suo rientro nel Brabante dove era nato. Quasi quaranta infatti, tra dipinti e disegni, sono le opere che ne identificano qui lo slancio.

Nel dicembre 1883 giunge a Nuenen, nella casa dei genitori, non lontana dalla piccola chiesa riformata dove il padre teneva i suoi sermoni. Lasciava la Drenthe preso dall’amore verso un paesaggio non ancora rovinato dalla moderna società industriale. Questo determinò il risultato di considerare il lavoro del contadino come l’incarnazione più pura e autentica della condizione umana. Si trattava del legame eterno esistente tra il contadino stesso e la terra, che era per lui madre assoluta e portatrice di quei valori universali che Van Gogh sempre ricercava. Egli era pronto per i due anni finali del suo tempo olandese, anni decisivi quant’altri mai prima dell’approdo a Parigi, giunto dopo la sosta di tre mesi ad Anversa.

In una lettera a Theo, Vincent scrive: «Quando la gente di città dipinge contadini, le loro figure splendidamente dipinte non possono fare altro che ricordare un parigino delle periferie.» Tutto questo non preoccupava però minimamente il pittore olandese, il quale era impegnato invece in un suo percorso di assoluta coerenza e rigore quasi monacale nell’avvicinarsi a queste figure. E non conoscendo praticamente l’arte degli impressionisti, si volse dal punto di vista tecnico e del colore, all’arte più accademica. Sebbene a Van Gogh non sfuggissero tutte le motivazioni per le quali l’arte legata alla terra e alla figura del contadino andassero per la maggiore, lui scelse di continuare sulla sua strada, incurante di quanto gli stava intorno. Perciò la mostra si sofferma a lungo sul tema del contadino, sia con disegni sia con quadri, spesso da considerarsi quali prototipi di avvicinamento all’opera riassuntiva, i Mangiatori di patate. I contadini ovviamente assieme ai tessitori, ai quali è dedicato uno dei tanti approfondimenti in mostra. Tali, tutti insieme, da caratterizzarne il percorso in modo assai diverso rispetto al solito.

Intanto, nel mese di novembre 1884 Vincent dà il via a una serie di teste che rappresentano un progetto unitario e formano una parte importante di questa sezione. Sono volti, su tele di piccolo formato, inquadrati in primissimo piano, secondo uno stile che rimanda agli olandesi del XVII secolo, e soprattutto a Frans Hals per quanto riguarda la pennellata fluida e densa di colore. Van Gogh ammirava da molto tempo Hals e nell’ottobre del 1885 ebbe anche modo di ristudiarlo dal vero al Rijksmuseum durante una visita di tre giorni ad Amsterdam, nella quale puntò ovviamente la sua attenzione anche sull’amato Rembrandt. Di Hals, Van Gogh prediligeva l’idea di dipingere sempre la verità della vita nel momento in cui accadeva, la pennellata rapida, l’assenza di un disegno preparatorio sottostante i dipinti, la sensazione che i suoi quadri potessero risultare non finiti mentre vivevano di una loro assoluta completezza.

In una vasta contemporaneità di visione, terminate a luglio 1884 le ultime versioni dei tessitori, e lavorando ugualmente alle teste dei contadini, lo sguardo di Van Gogh torna a indirizzarsi anche verso il paesaggio, per il quale i dintorni di Nuenen offrono non pochi spunti. Spesso, quel paesaggio diventa luogo di ambientazione stessa del lavoro dei contadini, anche se talvolta si offre nudo nella sua semplicità in apparenza perfino banale, ma che gli consente di misurare luci poco per volta nuove. E colori essi stessi poco per volta nuovi, fino a che saranno, tra ottobre e novembre dell’anno successivo, alcuni finali, e bellissimi, paesaggi sempre nel Brabante, come quello in esposizione proveniente dal museo di Utrecht. Prima di presentarsi, fatta la sua sosta ad Anversa, a Parigi al cospetto dell’arte degli impressionisti. È infatti proprio nel secondo dei due anni trascorsi a Nuenen che avviene un primo, fondamentale scatto nell’ambito di un colore che comincia appena ad abbandonare le terre frequentate dagli artisti di Barbizon e della Scuola dell’Aia, da lui tanto amati.

A questo punto la mostra si sposta definitivamente in terra di Francia, e per i primi due anni a Parigi. Nell’autunno del 1886, quando è arrivato da pochi mesi nella capitale francese, Van Gogh scrive all’amico pittore inglese Horace Mann Livens: «In primavera, potrei dire a febbraio o anche prima, potrò andare nel Sud della Francia, la terra dei toni azzurri e dei colori brillanti.» È l’intenzione, subito espressa, di proseguire il suo viaggio verso la vera luce, verso i veri colori, verso quella terra fatta di chiarità dell’aria e di orizzonti che si percepivano nitidamente a grandi distanze. Poi però spenderà un anno di più, decisivo, nella capitale francese e la sua partenza avverrà non nel febbraio del 1887 ma del 1888.

È simbolico il congedo da Parigi, dal momento che Vincent, in compagnia di Theo, visita, la mattina del 19 febbraio 1888, lo studio di Seurat, per vedere l’ultimo quadro da lui dipinto in ordine di tempo. Quasi un omaggio al pittore che, con le sue nuovissime ricerche sul colore, aveva scosso dalle fondamenta la sicurezza di un colore che fosse unicamente rappresentazione dell’occhio fisico. Nel pomeriggio Theo lo accompagna alla Gare de Lyon, da dove prende un treno che più o meno quindici ore dopo lo vede arrivare ad Arles. Questi due anni trascorsi a Parigi, privi come sono di lettere dal momento che i due fratelli vivono insieme, e dunque privi delle parole dirette dell’artista, sono anni decisivi per il rapporto che si viene instaurando con le opere degli impressionisti e dei post-impressionisti come Seurat e Signac, che Van Gogh può finalmente vedere nelle varie esposizioni che si susseguono, a cominciare appunto dall’ultima in rue Lafitte nel maggio e giugno del 1886.

La mostra di Padova si concentra a lungo su questi mesi parigini che corrono filati come non mai, tra scoperte, rammemorazioni sul passato e cedimenti della vita. E lo fa non solo con opere bellissime di Van Gogh, tra le quali una delle versioni più note tra i suoi quasi quaranta autoritratti, ma anche con tanti dipinti di autori che per Vincent hanno contato, ovviamente da Seurat e Signac, a Monet e Pissarro nei loro anni di vicinanza al post-impressionismo, o lieve vicinanza almeno per Monet, fino al momento del primo incontro con Gauguin, a fine 1887. E fa questo non con quadri generici ma con tele effettivamente viste da Van Gogh in quel momento a Parigi.