Testata

Padova. La meraviglia del colore

un progetto ideato e curato da Marco Goldin

Padova, San Gaetano
due grandi mostre dal 2020 al 2022

Storia dei cieli da Canaletto a Monet

L'incanto dell'azzurro e altri colori dai vedutisti agli impressionisti



Si è a Padova, si pensa di andare a visitare la Cappella degli Scrovegni. Si entra e al di sopra si distende il cielo notturno con tutte le stelle a otto punte. Si entra e se ne rimane avvolti e avvinti e si sta sotto quel cielo come sotto un mantello che protegga e riluca e metta in contatto con lo spazio immenso che profuma e risuona. E poi si guardano tutte le storie e il cielo ritorna di continuo, tra l’azzurro e il blu ancora della notte. E si pensa a uno dei passaggi nel cielo della cometa di Halley, giusto all’inizio del Trecento, e si pensa allora a come Giotto diede proprio alla stella la forma di una cometa, mentre naviga nello spazio sopra la capanna ove i Magi si fermarono ad adorare il Bambino Gesù.

Nel suo passare da Assisi a Padova, Giotto abbandona i modi ancora bizantineggianti, per abbracciare la verità delle cose e della natura. Sono valori fisici e reali e tra questi compare il cielo, nella diversa intensità della luce. Un colore a velature liquide, con il potere della linea di demarcazione che si attenua, per cui nascono, modernissimi e inarrivabili per quel tempo, effetti perfino di trasparenza, con un colore quasi atmosferico e una sublime leggerezza della materia. Il cielo è insieme fisico e metafisico, oggetto del vedere e del sentire. Giotto agli Scrovegni raccoglie la più alta eredità del Medio Evo, il suo amore per la volta celeste, e apre la strada all’identico amore del Rinascimento, quando essa diventerà la raffigurazione di una bellezza che cerca di coniugare il qui e ora del pittore con il lontano di una dispersione infinita e nell’infinito.

Non può che farsi dunque a Padova una mostra sui cieli dipinti. Padova la città nella quale visse e lavorò a lungo anche Galileo, il quale portò a compimento le ricerche di Copernico, che nel 1543 aveva licenziato il suo De revolutionibus orbium celestium, e di Keplero, che sul finire di quel secolo aveva pubblicato il Mysterium cosmographicum. Sicché quando alla fine del primo decennio del Seicento di Galileo appare il Sidereus Nuncius, il tempo è maturo per quel connubio meraviglioso tra arte e scienza che nello studio della volta celeste aveva tratto enorme vantaggio dall’invenzione del cannocchiale. C’è in quel libro un passaggio fondamentale, che così dà avvio in modo consapevole alla mostra: “Grande cosa è certamente alla immensa solitudine delle stelle fisse che fino a oggi si potevano scorgere con la facoltà naturale, aggiungerne e far manifeste all’occhio umano altre innumeri, prima non mai vedute e che il numero delle antiche e note superano più di dieci volte. Quello che osservammo è l’essenza o materia della Via Lattea, la quale attraverso il cannocchiale si può vedere in modo così palmare che tutte le discussioni, per tanti secoli cruccio dei filosofi, si dissipano con la certezza della sensata esperienza, e noi siamo liberati da sterili dispute”.

Composta da un’ottantina di dipinti provenienti da musei di tutto il mondo, la mostra vivrà di un prologo, di un vasto movimento centrale suddiviso in vari capitoli e di un epilogo. Il prologo darà seguito proprio al tema nuovo, all’aprirsi del XVII secolo, del rapporto fecondo tra arte e scienza, il cielo essendone la rappresentazione più affascinante e a questo punto vera. Si parte dall’Olanda, la terra nella quale senza alcun dubbio nacque la nozione moderna di paesaggio. Con alcuni quadri questo incipit sarà dedicato a un solo, grandissimo pittore, Jacob van Ruisdael. In lui la pittura assume un ruolo diverso e nuovo nella conoscenza del mondo, nella mancanza di un punto di osservazione, tanto che nella sua visione panoramica il cielo quasi avvolge il tutto, assumendo un’importanza come mai nemmeno lontanamente aveva avuto fino a quel momento. Nell’eliminare l’effetto usuale di incorniciatura, Van Ruisdael quasi anticipa lo spazio impressionista e del resto sappiamo come a lui guardarono Constable in Inghilterra e Corot in Francia, coloro che proprio per gli impressionisti furono modelli importanti.

L’artista olandese muove sulla superficie della pittura tutte le sue variazioni luminose e ciò accade in misura preponderante nel cielo. Come tutti i suoi connazionali, ha una fiducia incondizionata negli strumenti che aiutano a vedere meglio la natura, quindi le lenti e la camera oscura. È l’occhio fisico che domina la scena e la descrizione del mondo adesso prevale sul racconto e sulla rappresentazione allegorica e storica. Del resto Keplero, nei Paralipomena, aveva ben spiegato ciò: “La visione è dunque prodotta da un’immagine (pictura) della cosa visibile che si forma nella superficie cava della retina”. Il prologo della mostra, seguendo il senso di questa grande novità, non poteva che essere quindi affidato a Jacob van Ruisdael, perché in lui tutto è visione, tutto è natura, soprattutto è cielo. Ogni cosa nasce da un vedere che non ha più confini e spazia in ogni dove. Grandi cieli che più che precipitare si sospendono, sindoni azzurre sparse di nuvole mosse dal vento che viene dal mare.

L’esposizione poi attraversa tutto il suo lungo capitolo centrale con molte decine di opere. Per raccontare i diversi cieli dipinti da tanti pittori sublimi, a tracciare una storia dei cieli che dal principio del Settecento si tende fino al pieno XX secolo, attraversando diversi momenti storici che sono il continuo aggiornamento non solo della visione ma anche di un sentimento. Perché nel cielo si legge la storia del mondo e la storia degli uomini che sono passati. Dapprincipio i cieli dei vedutisti veneziani da Canaletto a Bellotto a Guardi, con i loro spazi che sono quasi azzurri teatrali legati alla fiducia del vedere. Quella fiducia che diventa invece abbandono a uno spazio che mescola natura e interiorità nella successiva età romantica. Nel momento in cui appaiono, pur diversi, i cieli di Turner e di Friedrich. E nel momento in cui lampeggiano in Inghilterra, meravigliosi, i cieli di Constable. Grovigli di nuvole nell’azzurro che saranno fondamentali per i cieli di Corot in Francia e una generazione dopo per gli impressionisti. La mostra su tutto questo farà lunghe soste, con gruppi di quadri importanti, ma anche con l’inserimento di alcuni esempi di cieli dipinti dai pittori accademici per apprezzare le differenze, e poi l’inclusione delle incantevoli fotografie, a metà Ottocento, di Gustave Le Gray, con i suoi cieli sopra il mare, fosse il Mediterraneo o quello di Normandia.

Cieli che si appaiano a quelli di Monet, che sarà il grande protagonista, con una quindicina di dipinti, dell’ultima parte dell’esposizione, prima dell’epilogo. I suoi cieli iniziali visti attraverso le querce nella foresta di Fontainebleau e sul mare nuovamente di Normandia. Poi i cieli sopra i villaggi lungo la Senna nei quali ha vissuto, da Argenteuil a Vétheuil. L’ingresso come una folata di vento, che tutto spazzi via, della verità. Della vita vera che si respira, si vede, si sente. E il cielo a rappresentare meglio di ogni altra cosa questa variabilità. Prima che i cieli di Monet fossero quelli di Giverny, che a volte si specchiavano sullo stagno delle ninfee.

Arrivati a questo punto mancherà solo l’epilogo, che ci porterà in pieno Novecento. Un cielo diverso, a suggellare un percorso, per chiuderlo e insieme lasciarlo aperto. Un solo pittore, come Van Ruisdael all’inizio della mostra. Colui che ha fatto diventare la visione dello spazio del cielo un accadimento dello spirito. Eppure dentro la forza della materia, dentro il suo struggimento insieme muto e gorgogliante. Nicolas de Staël ha dipinto così tanti cieli, ha dipinto cieli più di ogni altro, lui che ha scritto: “Sono su tutte le strade del cielo”. Ha portato quel cielo, il cielo suo e di tutti noi nel secolo nuovo dopo il naturalismo, a essere sempre di più un documento che scivolava dal vedere all’essere, magari in certi blu pieni di un’aria rappresa attraversata dal volo dei gabbiani. Il cielo è una lavagna che ha tralasciato il solo dato del vedere fisico.

In questo modo si sospenderà la mostra, approdata al XX secolo. Per chiudere una storia dei cieli che in ogni momento potrebbe riaprirsi. Meravigliosa e benedetta.

mostra a cura di
Marco Goldin

Padova, San Gaetano
30 ottobre 2021 – 1 maggio 2022